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La responsabilità dello psichiatra

di fabiofoti (17/11/2007 - 15:40)

 

La Cassazione ha confermato la condanna di uno psichiatra per omicidio colposo, in relazione ad un reato commesso da un suo paziente. La notizia è sui giornali di oggi (non tutti) e merita qualche breve osservazione che vada oltre il caso particolare.

Come per tutte le professioni complesse, anche per la psichiatria occorre riconoscere l'inevitabilità dell'errore. Nonostante tutta l'attenzione, la competenza, la prudenza, il costante aggiornamento e persino la dedizione totale, è ancora possibile sbagliare. Ogni decisione dipende infatti da un numero elevato di variabili che hanno un peso sempre diverso, caso per caso, un fatto questo che rende necessario fare scelte in una cornice d'incertezza, per non rassegnarsi all'impotenza. Tuttavia oggi si riconosce la necessità di lavorare costantemente alla riduzione dell'errore, abbandonando l'atteggiamento un po' fatalistico della medicina paternalistica per una posizione di costante valutazione e critica del proprio operato. Sarà sufficiente in futuro proseguire su questa strada per poter continuare a fare questa professione con un minimo di serenità?

Per rispondere a questa domanda è necessario sottoporre a critica anche il contesto culturale in cui viviamo e lavoriamo. Si sta infatti affermando una mentalità (a cui non è estranea nemmeno questa recente sentenza) per cui la mancata utilizzazione di una terapia “teoricamente” adeguata al caso può determinare tutti i comportamenti patologici e/o criminosi che il paziente possa mettere in atto in un successivo periodo di tempo. Che significa questo? Semplicemente che la decisione sulla cura più opportuna non può più essere presa nell'ambito di un rapporto medico-paziente rispettoso delle competenze del primo e dell'autonomia del secondo. Significa che la cura deve essere decisa solo dal medico in relazione a ipotetici rischi immediati. Un paziente si arrabbia e alza la voce? Si aumenti la terapia, anche se si arrabbia con ragione, perchè tra questo comportamento e un eventuale aggressività si potrà riconoscere a posteriori un rapporto sufficiente a determinare la responsabilità del medico.

Non è difficile immaginare quali conseguenze potrà avere l'affermazione di questa mentalità. La perdita totale di autonomia del paziente psichiatrico, una prassi neomanicomiale diffusa con ricoveri di lunga durata, un ricorso massiccio ai farmaci somministrati alle massime dosi consentite, queste potrebbero essere alcune conseguenze. Si prospetterebbe un arretramento civile e deontologico senza precedenti. Detto questo, credo sia il caso di continuare a riflettere pubblicamente sull'argomento senza pregiudiziali, ma anche con la rivendicazione dei progressi terapeutici e delle conquiste etiche che hanno fatto della psichiatria uno strumento di libertà dalla malattia e non più di controllo su mandato sociale.

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Il caso Welby

di fabiofoti (21/01/2007 - 17:10)

Sulla prima pagina del supplemento DOMENICA de Il Sole 24 Ore di oggi il Cardinale Martini torna sulle questioni relative alla vicenda di Piergiorgio Welby. Dice cose condivisibili perchè identifica il vero problema posto da questo caso, senza dogmatismi, e con linguaggio semplice che raramente si è visto nel profluvio d'interventi che si sono letti sull'argomento. In sostanza, in questo articolo si delinea una prospettiva che permetterebbe di uscire dalle contrapposizioni ideologiche che hanno segnato negativamente i mesi scorsi. E comunque, quello che dice il Cardinale non è troppo lontano da quello che ho sempre pensato della faccenda. Tutto il caso, infatti, si compendia nell'esercizio dell'autonomia del soggetto. Si tratta di un principio riconosciuto, ma non abbastanza chiaramente difeso (e regolamentato) sul piano del diritto. Nel discorso bioetico si sono versati fiumi d'inchiostro sull'argomento. Sembrerebbe dunque che poco o nulla ci sia da aggiungere. Tuttavia una stringata riflessione non sarà del tutto inutile. Ora, chi può decidere delle cure mediche se non il paziente? Il medico, forse? Il prete, il magistrato, i familiari? No, la persona è libera di decidere, quando si tratta delle cure a cui sottoporre il proprio corpo. Ma l’autonomia decisionale non è assoluta. Questa "illusione individualistica" è pericolosa perché aumenta la solitudine e, paradossalmente, la dipendenza. La libertà non è arbitrio, ma è possibilità di scelta coerente con valori, storia personale, finalità esistenziali e desideri profondi. Insomma, la libertà non può essere esercitata in solitudine. Né una volta per tutte. O pensate forse che sia sufficiente dare l'informazione medica e poi lasciare la persona da sola di fronte alla scelta? Scrive il Cardinale Martini: "Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti". E più avanti: "Del resto questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizione d'isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue decisioni, secondo una concezione del principio d'autonomia che tende erroneamente a considerarla come assoluta". Del resto, la buonasanità non si vede solo dalla perizia e dalla qualità tecnica, ma anche dalla capacità di accompagnare i pazienti nel difficile percorso imposto dalla malattia.

Una cosa è certa. Servirebbe una Legge sulle direttive anticipate (in Francia ne hanno approvata una nel 2005) che ne definisca limiti e procedure, questo sì. Ma si lasci perdere l'eutanasia (tirata in ballo a sproposito in questo caso) che rimane una pratica proibita dalla deontologia medica e inaccettabile anche per la quasi totalità dei medici non credenti, me compreso.

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