PATHOS IN FABULA
La narrazione è ubiquitaria. Tutti raccontano, ogni giorno in ogni luogo. La narrazione è sempre stata lo strumento portante di una cultura, dai piccoli eventi della vita quotidiana alle vicende storiche, fino alla letteratura e al mito. Non dovrebbe quindi sorprendere che questo tema ricorra con sempre più insistenza negli scritti e nei discorsi di psicologi e psichiatri. Già ad una prima sommaria ricerca bibliografica emergono due dati interessanti: la crescita esponenziale delle pubblicazioni che si richiamano alla narrazione, a partire dagli anni ottanta, e la costante doppia funzione di tale concetto, sia come ponte verso teorie filosofiche e discipline umanistiche che come efficace strumento della pratica quotidiana. L'interesse per la narrazione è dunque vasto, diversificato, presente lungo un continuum che va dalla riflessione teorica alle applicazioni terapeutiche, dalla filosofia della mente alle psicoterapie. Sembrerebbe un concetto "ecumenico", trasversale rispetto a teorie e tecniche diverse, ma non è ancora chiaro se rappresenti un terreno d'incontro o la fonte di nuovi malintesi. Da dove viene questa novità e perchè è importante? La crescente presenza di approcci narrativi potrebbe essere una risposta al tentativo di fare della psicologia una scienza quantitativa (che misura gli oggetti di studio) e della psichiatria una disciplina medica "biologica" (che ripara un organo ammalato). L'appropriazione di un tema umanistico farebbe, in altre parole, da contraltare allo sviluppo di un sapere e di una prassi riduzionisti e oggettivizzanti. Così si esprimevano Bloch e Chodoff nel loro volume sull'etica psichiatrica dei primi anni novanta: "Negli ultimi vent'anni gli educatori in campo medico hanno risposto alla percezione largamente diffusa secondo cui la pratica della medicina si è largamente "disumanizzata" (...) con l'ideazione di programmi per coltivare un più forte "umanesimo" tra gli studenti di medicina". Questa spiegazione è convincente, considerata la protratta crisi dei saperi in quest'ambito, ma incompleta. Vi sono almeno altre due ragioni da considerare. La prima è la vistosa crescita di riflessioni interdisciplinari. La seconda è la rivalutazione della forma narrativa come fenomeno culturale ubiquitario, fondamentale per l'identità degli individui e i rapporti sociali. Si tratta dunque di un insieme complesso di ragioni in cui s'intrecciano le influenze filosofiche, i cambiamenti motivati da insufficienze teoriche e pratiche, i conflitti tra correnti di pensiero. Che cos'è dunque una narrazione, cosa la rende tanto importante per la conoscenza della psiche e per la cura del disagio? Proviamo a darne una definizione. La più semplice potrebbe essere "una rappresentazione di eventi in una sequenza temporale". Per la nostra prospettiva, non è certo sufficiente (oltre che incompleta sul piano narratologico). Aggiungiamo allora che una narrazione è una rappresentazione che organizza l'esperienza secondo un significato proprio, ordinando gli eventi in una gerarchia coerente. La narrazione è dunque connettiva. Connette il sé con il mondo, il passato e il futuro con il qui e ora, il pensiero con l'emozione, la memoria con l'invenzione. La narrazione è inoltre una forma della memoria, un modo per contenere e archiviare l'esperienza, ma nello stesso tempo è uno strumento cognitivo e formale del discorso che presiede alla costruzione del significato della realtà. A questo punto appare chiara la centralità della competenza narrativa tra le funzioni psichiche. E non è difficile immaginare quanto possa essere coinvolta nei processi patologici della mente. Questo coinvolgimento rimane tuttavia ancora tutto da indagare. Al momento, infatti, ci troviamo in una fase di disordine sparso, ancora lontani dal poter dare una definizione accettabile del ruolo della narrativa in psicologia e psichiatria. Nessuno può comunque negare l'importanza del narrare nell'ambito di queste discipline. Un paziente racconta di sé al proprio medico e questi "racconta" la cura che prescrive. La stessa anamnesi è un racconto, se ben fatta, e non una semplice elencazione di eventi scollegati. Ancora più evidente è la dimensione narrativa nelle psicoterapie; ogni seduta è un capitolo scritto dalla coppia paziente-terapeuta e la cura procede come un romanzo verso lo scioglimento dei nodi che bloccano la vita nella sofferenza. In proposito, si può fare un esempio basato sull'esperienza clinica. Immaginate una persona che si rivolga per la prima volta ad uno psichiatra, tra dubbi e paure, ma ben deciso a cercare un aiuto. Questo paziente si trova di fronte un medico "strano" che non ha fretta, fa poche domande, non esprime giudizi e ascolta. Si tratta di un'esperienza nuova. Inizialmente con qualche diffidenza, poi con più fiducia, il paziente racconta della sua sofferenza. Man mano che procede, l'occasione di poter parlare liberamente di un argomento che mette gli altri sulla difensiva viene utilizzata per dire tutto quanto era rimasto in ombra. Il poter raccontare la propria vita porta alla luce una storia personale elaborata sul momento. Il paziente non si limita quindi a comunicare delle informazioni al medico, ma costruisce narrativamente un diverso significato delle emozioni negative, facendo così il primo passo per stare meglio. Il primo colloquio è anche questo momento di elaborazione narrativa, molto più importante di quello che sembra, anche sul piano terapeutico. E se le cose stanno così, come può un medico (o uno psicologo) rinunciare ad una qualche competenza umanistica, senza rischiare di perdere un potente strumento di cura, oltre che una chiara virtù etica? Versione modificata di un testo pubblicato nel 2004 sul trimestrale La Nuova Tribuna Letteraria n. 74.
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