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Jerome Bruner
di fabiofoti (22/04/2007 - 19:11)
Tra i molti psicologi che hanno contribuito, negli ultimi decenni, a far progredire le nostre conoscenze sulla mente, con riflessioni, ricerche e “provocazioni”, Jerome Bruner può essere considerato una figura di primo piano, persino un caposcuola.
Uno degli insegnamenti più importanti di Bruner consiste nel richiamare la centralità di quello che le persone dicono e fanno, come espressione di un’identità costruita socialmente. A differenza di altre “psicologie”, qui c’è prima di tutto una considerazione rispettosa della cultura condivisa, esente dal sospetto di nascondere un’altra più profonda, più vera e più potente realtà.
Al centro dell’indagine e della riflessione si ritrova perciò un “oggetto” accantonato troppo a lungo: il significato. Fare questa scelta implica l’abbandono di una visione dei processi psichici limitata al singolo individuo, o comunque ridotta, anche in una prospettiva relazionale, alla considerazione di dinamiche inconsce. Per occuparsi del significato occorre dunque ampliare la visuale dall’individuo (da solo o nel piccolo gruppo in cui può essere “studiato”) all’ambiente sociale e culturale nel cui contesto si forma e agisce. Scrive Bruner in proposito: “Sono la partecipazione dell’uomo alla cultura e la realizzazione delle potenzialità della sua mente attraverso la cultura che rendono impossibile la costruzione di una psicologia umana su base puramente individuale”.
I significati che vengono attribuiti all’esperienza e alla realtà sono infatti condivisi e negoziati socialmente in un incessante lavorio collettivo che produce, modifica e fa circolare una cultura. Diventa quindi importante il riconoscimento dell’appartenenza di ogni individuo, compresi lo psicologo e lo psichiatra, a questo ambiente che non è uno sfondo neutro da mettere tra parentesi ma bensì la sostanza stessa con cui si forma e funziona la mente (con i vincoli dovuti alla struttura e alle capacità plastiche cerebrali). L’attenzione rinnovata per la storia (individuale certo, ma anche familiare, sociale, culturale) si colloca in questo programma di riorganizzazione dell’indagine psicologica, come anche la rivalutazione della psicologia popolare e il rilancio di un’esigenza transdisciplinare.
Jean-Pierre Vernant
di fabiofoti (15/01/2007 - 21:56)
La notizia della morte è giunta nei giorni in cui stavo lentamente assaporando uno dei suoi libri più noti, "Mito e pensiero presso i greci" (sottotitolo "studi di psicologia storica"), Einaudi. Avevo incontrato il suo nome per la prima volta molti anni fa in un volume di Giovanni Bottiroli, ripromettendomi di leggerlo, prima o poi. Ma, come succede, non l'ho fatto. Un errore imperdonabile. Se penso che nel frattempo ho letto quasi tutto James Hillman, mi sento proprio uno stupido. Ora darei tutta la psicologia archetipica per un solo saggio di Vernant.
Confessata la mia insipienza, che mi resta da dire? Vernant è deceduto il 9 gennaio, a 93 anni. Si potrebbe dire che è vissuto nel modo più giusto, sia come uomo che come studioso. E ci lascia il frutto della sua intelligenza e del suo impegno, un balsamo per tempi di barbarie. Sta a noi, seppur piccoli e maldestri lettori, ereditare qualcosa di questo meraviglioso patrimonio.
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