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Il caso Welby

di fabiofoti (21/01/2007 - 17:10)

Sulla prima pagina del supplemento DOMENICA de Il Sole 24 Ore di oggi il Cardinale Martini torna sulle questioni relative alla vicenda di Piergiorgio Welby. Dice cose condivisibili perchè identifica il vero problema posto da questo caso, senza dogmatismi, e con linguaggio semplice che raramente si è visto nel profluvio d'interventi che si sono letti sull'argomento. In sostanza, in questo articolo si delinea una prospettiva che permetterebbe di uscire dalle contrapposizioni ideologiche che hanno segnato negativamente i mesi scorsi. E comunque, quello che dice il Cardinale non è troppo lontano da quello che ho sempre pensato della faccenda. Tutto il caso, infatti, si compendia nell'esercizio dell'autonomia del soggetto. Si tratta di un principio riconosciuto, ma non abbastanza chiaramente difeso (e regolamentato) sul piano del diritto. Nel discorso bioetico si sono versati fiumi d'inchiostro sull'argomento. Sembrerebbe dunque che poco o nulla ci sia da aggiungere. Tuttavia una stringata riflessione non sarà del tutto inutile. Ora, chi può decidere delle cure mediche se non il paziente? Il medico, forse? Il prete, il magistrato, i familiari? No, la persona è libera di decidere, quando si tratta delle cure a cui sottoporre il proprio corpo. Ma l’autonomia decisionale non è assoluta. Questa "illusione individualistica" è pericolosa perché aumenta la solitudine e, paradossalmente, la dipendenza. La libertà non è arbitrio, ma è possibilità di scelta coerente con valori, storia personale, finalità esistenziali e desideri profondi. Insomma, la libertà non può essere esercitata in solitudine. Né una volta per tutte. O pensate forse che sia sufficiente dare l'informazione medica e poi lasciare la persona da sola di fronte alla scelta? Scrive il Cardinale Martini: "Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti". E più avanti: "Del resto questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizione d'isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue decisioni, secondo una concezione del principio d'autonomia che tende erroneamente a considerarla come assoluta". Del resto, la buonasanità non si vede solo dalla perizia e dalla qualità tecnica, ma anche dalla capacità di accompagnare i pazienti nel difficile percorso imposto dalla malattia.

Una cosa è certa. Servirebbe una Legge sulle direttive anticipate (in Francia ne hanno approvata una nel 2005) che ne definisca limiti e procedure, questo sì. Ma si lasci perdere l'eutanasia (tirata in ballo a sproposito in questo caso) che rimane una pratica proibita dalla deontologia medica e inaccettabile anche per la quasi totalità dei medici non credenti, me compreso.

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Jean-Pierre Vernant

di fabiofoti (15/01/2007 - 21:56)

La notizia della morte è giunta nei giorni in cui stavo lentamente assaporando uno dei suoi libri più noti, "Mito e pensiero presso i greci" (sottotitolo "studi di psicologia storica"), Einaudi. Avevo incontrato il suo nome per la prima volta molti anni fa in un volume di Giovanni Bottiroli, ripromettendomi di leggerlo, prima o poi. Ma, come succede, non l'ho fatto. Un errore imperdonabile. Se penso che nel frattempo ho letto quasi tutto James Hillman, mi sento proprio uno stupido. Ora darei tutta la psicologia archetipica per un solo saggio di Vernant.
Confessata la mia insipienza, che mi resta da dire? Vernant è deceduto il 9 gennaio, a 93 anni. Si potrebbe dire che è vissuto nel modo più giusto, sia come uomo che come studioso. E ci lascia il frutto della sua intelligenza e del suo impegno, un balsamo per tempi di barbarie. Sta a noi, seppur piccoli e maldestri lettori, ereditare qualcosa di questo meraviglioso patrimonio.

 

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Ai naviganti

di fabiofoti (11/01/2007 - 22:36)

Questo blog è giovane, la piattaforma di Register è sperimentale (e, mi assicurano, perfettamente funzionante). Può capitare qualche problema. Ad esempio, non sempre si riesce a lasciare un commento. Se va male, il commento sparisce e non resta che piangere. Qualcuno mi ha segnalato che l'email appare "in chiaro" e non è una cosa bella per la privacy. In definitiva, questi e altri problemi ci sono in effetti e non sono risolvibili dal sottoscritto con qualche clic. Pertanto suggerisco:

1) scrivete i commenti con il vostro programma di scrittura, in particolare se sono corposi, e fate il copiaincolla. Non fidatevi del form dei commenti che pare ogni tanto se li mangi.

2) Non riempite lo spazio per l'email se non volete che diventi pubblica.

3) Scrivetemi privatamente, se dovessero verificarsi problemi, al seguente indirizzo: info@fabiofoti.eu, cercherò di mobilitare Register per risolverli.

Grazie a tutti.

 

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House, sweet House

di fabiofoti (07/01/2007 - 17:36)

Perchè il Dottor House ha successo? Forse perchè è antipatico, geniale e infelice. Forse. Sembra in effetti il contrario del medico che ci si aspetta di incontrare nella realtà; il medico comprensivo, soddisfatto e un po' limitato. Il medico normale. Però non credo che al paziente (al telespettatore) normale piacerebbe avere a che fare con un medico alla House. Anche se House è bravissimo, è un sollievo per lo spettatore non essere un suo paziente.
Dunque, il dottor House piace per qualche altro motivo, non certo perchè sia il medico ideale. Credo che la ragione del suo successo sia l'intreccio della sofferenza. Mi spiego. House non combatte solo la malattia del suo paziente, ma anche la propria, con l'assoluta dedizione al lavoro. La sua sofferenza è inestricabilmente intrecciata a quella dei pazienti. E' come se ci fosse un'unica cura che accade proprio sotto gli occhi dello spettatore, un processo di guarigione che riporta alla vita il paziente mentre mantiene in vita il medico. Questo colpisce nel segno. La rappresentazione attualizzata e tecnologica del "guaritore ferito". La debolezza di chi cura è la sua forza.

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